Intervento relativo alla Riforma Gelmini:
“Il Ministro della scuola Gelmini il 14 settembre affermava ‘Se un insegnante vuol far politica deve uscire dalla scuola e farsi eleggere’ – nei locali pubblici degli anni 20-30 in Italia c’era una dizione standard che recitava ‘qui non si fa politica’. Il principio è assolutamente condivisibile se solo questo venisse applicato a tutti gli ambiti delle vita sociale, non solo laddove conviene applicarlo, ad es. sarebbe interessante applicarlo al sistema informativo televisivo, almeno quello pubblico.
Siamo in un periodo di crisi, sono richiesti sacrifici alle famiglie, occorre perché costretti dalla contingenza storica fare dei tagli … e si dice che la riforma gelmini, obtorto collo, rifletta questa realtà…ma allora mi domando:
Perché il governo parte dai tagli sulla scuola e non dagli sprechi nella pubblica amministrazione?Sprechi che sono tanti, cominciamo proprio dalle province, dal parlamento e dai vari enti inutili, sacche di potere e privilegi? O ancora mi domando se erano necessari i 5miliardi dati alla Libia di Gheddafi. Poi ci sarebbero i 150mila miliardi di evasione fiscale annua…
Il ministro ‘unico’ Tremonti, giustifica tutto col fare cassa. Nel provveditorato romano (situazione estendibile per analogia a tutti gli altri) ci sono 18mila richieste pendenti di riscatto laurea (lì da 15anni) il cui costo medio per chi la riscatta è di ca 10mila €. In questo modo con i soldi ricavati si potevano già evitare tagli e accorpamenti vari e si sarebbero potuto trovare le risorse non per tagliare ma per investire nel mondo della scuola e nel mondo della ricerca.
Non è ammissibile che tagli e riduzioni di organico siano l’esclusivo elemento di una riforma che investe il processo educativo delle nuove generazioni!
Anzi direi che i tagli sono la dimostrazione di una inciviltà di fondo in un paese che già di suo spende davvero troppo poco. C’è necessità di raggiungere media retributiva dei docenti europei ma anche di spesa rispetto al prodotto interno lordo per università ricerca e scuola, siamo indietro rispetto ai paesi europei.
La percentuale della spesa per l´università sul totale della spesa pubblica è davvero bassa:
Italia 1,6 - Media OCSE 3,0 - Media UE 2,8
La differenza sostanziale con le precedenti riforme sono quel minimalismo e destrutturalismo che vanno a scapito della scuola pubblica favorendo, nei fatti, la privata.
Diminuire il tempo prolungato (è un attacco al tempo pieno che spinge le famiglie a cercarlo altrove, e a pagamento), aumentare il numero degli alunni per classe a 33, in contrasto con le norme sulla sicurezza degli edifici scolastici, far regredire il sistema pedagogico di oltre vent’anni attraverso il reimpianto del maestro unico e l’abolizione della compresenza, significa marginalizzare e dequalificare la scuola pubblica.
La scuola elementare italiana è al sesto posto nel mondo secondo l’OCSE, e al primo posto sino al 1990. Quindi viene attaccata frontalmente la scuola di migliore livello che abbiamo.
Anche l’università è all’ultima spiaggia. Insensato che le università pubbliche possano essere trasformate in fondazioni. Questo tende a snaturare la scuola, di fondo privatizzandola perché a quel punto saranno gli investitori privati a dettare l´agenda e gli sviluppi della ricerca.
Sul discorso turnover grazie ai tagli saranno proprio i famosi baroni a salvarsi mentre i primi ad essere licenziati saranno assegnisti e ricercatori.
Materie delicate come la scuola, l’istruzione e l’università dovrebbero trovare un consenso trasversale e condiviso, non possono essere riformate con l’accetta, così come è stato fatto.
E’ a dir poco sconcertante che il governo, di fronte a una vasta mobilitazione, che abbraccia il nord e il sud, abbia fatto orecchie da mercante e abbia continuato in questa politica dissennata che attacca proprio i fondamenti di una collettività che vuole crescere e cercare il proprio valore.”